
Augustin Katz
Small Acts of Faith
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Cross my heart and hope to die, stick a needle in my eye.
There exists a promise that makes this spectacle of brushing lightly against the possibility of death, or at the very least of blindness (which, if we’re to be honest, for a painter must surely be the worse of the two curses on offer)… exceedingly taunting-going-on-borderline-haunting. A nursery rhyme confounded with a religious utterance, a precocious attempt at a Hail Mary for a lost cause. It’s all child’s play, although it remains unclear as to who’s playing, what’s the catch, and just where the hell everyone has gone. Hiding behind the curtains, snickering, taking pleasure in the pure perversion of figuration that is currently unfolding between these four walls.
For those in the know, the red light burning continuously inside a church, set next to the altar or tabernacle, signals the physical presence of Christ’s body within the holy grounds. Without it, the magic spell is broken, the sanctuary becoming nothing more than yet another brick-and-mortar shell. Desacralised, dethroned, irrelevant, forgotten. No such light emanates from the closed structure of Nodale II (pursuit) (all works 2026), a miniature blackened diorama, a toy train track and power station that hovers discreetly a few centimetres off the ground. Blissfully oblivious, obstinate even, running in circles, speeding up, slowing down, never stopping, never ceasing, the train endures, without a purpose unless it is that if it were to halt, the spell would do so too. Playing with toys is not a serious pursuit. Although, free from the weight of social dos and don’ts, it is only a child who can see through the surrounding bullshit. In Volker Schlöndorff’s screen adaptation of The Tin Drum (1979), the film follows the life of Oskar, a preternaturally gifted child and his toy drum, whose deafening beat signals his young owner’s growing displeasure or distress. Similarly, it is only young Danny in The Shining (1980), spinning down the haunted hallways of the Overlook Hotel on his three-wheeler, who is attuned to the presence of ghosts, evil and demonic possession. What if I were to tell you, though, that this is all an act?
Augustin Katz has woven together an intricate musical partita of shady characters, suspicious shadows, sickening perspectives, queasy colours and dead ends. A drummer boy beats to his own rhythm; a black-clad dancer maintains fourth position even though she stands trapped between two walls; a rickety staircase spells out the probability of a broken neck; and what I take to be a conductor, faceless, is inserting the thinnest of batons, fear-inducing instrument of power and authority, into the spongy surface of his crown. All fragmented collateral of a would-be music box, but with the innocence stripped away. Thick as an icon and painted on wood, these works carry the stigma of mythological Sirens, unable to fully break free from the constraints of pigment, discipline, framing and technique that govern all painting, no matter how audaciously free, so instead they seduce the viewer into the trap of the author’s making. A determined voice resonates, but it remains unclear as to who is the hunter and who is the prey, the point of a pursuit being that it can take any direction.
To believe in something, one has to play along.
- Anya Harrison
ITA
Esiste una promessa che rende questo spettacolo dello sfiorare appena la possibilità della morte, o quantomeno della cecità (che, a voler essere sinceri, per un pittore dev’essere senz’altro la peggiore delle due maledizioni proposte)... tremendamente provocatorio, quasi inquietante. Una filastrocca infantile confusa con un’invocazione religiosa, un precoce tentativo di recitare un’Ave Maria per una causa persa. È tutto un gioco da bambini, anche se non è chiaro chi stia giocando, dove sia il trucco e dove diavolo siano finiti tutti. Nascosti dietro le tende, a ridacchiare, traendo piacere dalla pura perversione della figurazione che si sta consumando fra queste quattro mura.
Per chi sa riconoscerla, la luce rossa che arde ininterrottamente all’interno di una chiesa, posta accanto all’altare o al tabernacolo, segnala la presenza fisica del corpo di Cristo all’interno dello spazio sacro. Senza di essa, l’incantesimo si spezza e il santuario non è altro che un ulteriore involucro di mattoni e malta. Dissacrato, detronizzato, irrilevante, dimenticato. Nessuna luce simile emana dalla struttura chiusa di Nodale II (pursuit) (tutte le opere 2026), un diorama in miniatura annerito, con un trenino giocattolo e una centrale elettrica che fluttua discretamente a pochi centimetri dal suolo. Beato nella sua inconsapevolezza, persino ostinato, girando in tondo, accelerando, rallentando, senza mai fermarsi, senza mai cessare, il treno va avanti, senza uno scopo se non quello che, se dovesse fermarsi, anche l’incantesimo cesserebbe. Giocare con i giocattoli non è un’attività seria. Giocare con i giocattoli non è un’attività seria. Eppure, libero dal peso delle convenzioni sociali, è soltanto un bambino a poter vedere attraverso tutte le stronzate che lo circondano. Nell’adattamento cinematografico di Volker Schlöndorff de Il tamburo di latta (1979), il film segue la vita di Oskar, un bambino dotato di capacità fuori dal comune, e del suo tamburo giocattolo, il cui battito assordante segnala il crescente disappunto o disagio del giovane proprietario. Allo stesso modo, soltanto il piccolo Danny di Shining (1980), mentre percorre sul suo triciclo i corridoi infestati dell’Overlook Hotel, è in sintonia con la presenza di fantasmi, del male e della possessione demoniaca. E se invece vi dicessi che è tutta una messinscena?
Augustin Katz ha intrecciato un’intricata partitura musicale fatta di personaggi loschi, ombre sospette, prospettive nauseanti, colori inquietanti e vicoli ciechi. Un piccolo tamburino batte secondo il proprio ritmo; una danzatrice vestita di nero mantiene la quarta posizione pur trovandosi intrappolata tra due pareti; una scala traballante prefigura la probabilità di rompersi il collo; e quella che interpreto come la figura di un direttore d’orchestra, senza volto, sta introducendo la più sottile delle bacchette, strumento di potere e autorità capace di incutere timore, nella superficie spugnosa della propria corona. Sono tutti frammenti, effetti collaterali di un ipotetico carillon, ma privato di ogni innocenza. Spesse come icone e dipinte su legno, queste opere portano con sé lo stigma delle Sirene mitologiche: incapaci di liberarsi completamente dai vincoli del pigmento, della disciplina, dell’inquadratura e della tecnica che governano ogni pittura, per quanto audacemente libera essa possa essere, seducono invece lo spettatore dentro la trappola costruita dall’autore. Una voce determinata risuona, ma resta impossibile capire chi sia il cacciatore e chi la preda: il senso stesso di un inseguimento è che può prendere qualsiasi direzione. Per credere in qualcosa, bisogna stare al gioco.
- Anya Harrison
Photo credits Lorenzo Beretta