
Ben Schumacher
I was a teenage victim of the scarlet withholding
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Ben Schumacher (n. 1985, Kitchener, Canada) vive e lavora a Berlino. Formatosi in architettura prima di studiare belle arti a New York, la sua pratica si muove tra pittura, scultura e disegno interrogando il funzionamento delle immagini una volta separate dal loro contesto originario. All’inizio degli anni 2010 ha fondato il progetto artist-run Benny Boy’s Fuck Palace, uno spazio informale di esposizione e incontro che ha assunto diverse forme tra New York e Berlino e che oggi occupa il seminterrato di un bar. Il progetto è definito meno da un programma che dalle sue condizioni materiali: un ambiente provvisorio in cui materiali scartati, stampa effimera e allestimenti improvvisati si accumulano. Questo contesto fisico immediato, più che un astratto panorama mediatico, costituisce una fonte ricorrente di input visivi e materiali per il lavoro. I dipinti in mostra sono tutti recenti. Costruiti attraverso processi di collage stratificato che attingono in larga parte a numeri post-2008 della rivista Purple insieme a frammenti di linguaggi visivi circolanti, partono da materiali legati a specifici sistemi di distribuzione — impaginazione editoriale, interfacce grafiche, immagini promozionali, scambi informali — senza però conservarne la struttura originaria. All’interno dell’opera questi elementi vengono riorganizzati secondo decisioni pittoriche piuttosto che comunicative. Riferimenti a forum online di nicchia entrano attraverso la stessa procedura. Trasferiti sulla tela perdono la stabilità del riferimento e funzionano come componenti della superficie pittorica, dove la leggibilità dipende da posizione, scala e ripetizione più che dall’origine. Una scultura estende questa logica nello spazio tridimensionale. Assemblata da elementi trovati, di cui il principale è un distributore di preservativi, inclusi frammenti di alluminio e oggetti utilitari, opera come una superficie costruita nello spazio, un accumulo regolato dall’adiacenza piuttosto che dalla rappresentazione. I disegni introducono un registro distinto. Alcuni sono realizzati su sottobicchieri provenienti dal bar che ospita lo spazio, portando così quell’ambiente direttamente nel supporto stesso. Eseguiti con un tratto fine e preciso, presentano figure e personaggi assenti nei dipinti. Il loro immaginario rimane contiguo a quello della pittura ma cambia di risoluzione: ciò che nella pittura appare disperso e stratificato diventa qui articolato e discreto, mantenendo la stessa struttura attraverso una tecnica differente. Spesso collocato all’interno di una generazione associata alla cosiddetta post-internet painting, il lavoro di Schumacher si discosta dalla rappresentazione della cultura digitale. Il materiale di partenza non viene presentato come soggetto ma sottoposto a trasformazione: le immagini vengono riorganizzate piuttosto che interpretate. Nell’insieme della mostra materiali eterogenei rimangono parzialmente riconoscibili ma strutturalmente riassegnati. Le opere non assemblano riferimenti in un archivio, ma in superfici in cui gli usi precedenti persistono senza determinare il funzionamento finale dell’immagine o dell’oggetto.
Il titolo introduce una dimensione biografica indiretta. “Scarlet province” rimanda insieme alla provincia canadese dell’Ontario, alla simbologia cattolica del rosso cardinale, legata al sacrificio e all’iconografia nazionale della giubba rossa della Royal Canadian Mounted Police. Cresciuto in un contesto cattolico, l’artista sovrappone queste associazioni a una riflessione sulla formazione individuale. Il riferimento all’autobiografia di Thomas Bernhard, centrata esclusivamente sugli anni tra l’infanzia e la maggiore età, suggerisce come proprio quel periodo contenga già gli elementi necessari a comprendere una persona, mentre il titolo può essere percepito al tempo stesso come un semplice segno di provincialità.
ENG
Ben Schumacher (b. 1985, Kitchener, Canada) lives and works in Berlin. Trained in architecture before studying fine art in New York, his practice moves across painting, sculpture and drawing while examining how images operate once removed from their original context. In the early 2010s he founded the artist-run project Benny Boy’s, an informal exhibition and gathering space that has taken different forms between New York and Berlin and currently operates in the basement of a bar. The project functions less as an institution than as an ongoing site of production: a place where images, graphic fragments and situations circulate before entering the work. Many visual elements in the paintings originate from this immediate environment rather than from a generalized media field. The paintings in this exhibition are all recent. Constructed through layered collage processes drawing largely from post-2008 issues of Purple magazine alongside fragments of circulating visual language, they begin with material tied to specific systems of distribution — editorial layout, graphic interface, promotional image, informal exchange — but do not preserve those structures intact. Within the work, these elements are reorganized according to pictorial decisions rather than communicative ones. References to niche online forums enter through the same procedure. Once transferred to the canvas they lose the stability of reference and function as components within a painted surface, where legibility depends on placement, scale and repetition rather than origin.A sculpture extends this logic into three dimensions. Assembled from found elements, with the main found object being a condom vending machine where including aluminum fragments and utilitarian objects, it operates as a constructed surface in space an accumulation governed by adjacency rather than depiction. The drawings introduce a separate order of image construction. Composed through fine linear articulation and segmented supports, they present figures that remain absent from the paintings while sharing their logic of assembly: recognizable bodies built from discrete units. Positioned within a generation frequently discussed through post-internet painting, Schumacher’s work departs from depiction of digital culture. Source material is not presented as subject matter but subjected to transformation; images are reorganized rather than interpreted. Across the exhibition, heterogeneous material remains partially recognizable yet structurally reassigned. The works do not assemble references into an archive, but into surfaces where prior uses persist without determining how the image or object ultimately operates.
The title introduces an indirect biographical dimension. “Scarlet province” simultaneously refers to the Canadian province of Ontario, to the Catholic symbolism of cardinal red, associated with sacrifice and to the national iconography of the red tunic of the Royal Canadian Mounted Police. Raised in a Catholic environment, the artist layers these associations into a reflection on personal formation. The reference to Thomas Bernhard’s autobiography, focused exclusively on the years between childhood and early adulthood, suggests that this period already contains the elements necessary to understand a person, while the title can also be read simply as a sign of provincialism.